Saltar al contenido · Skip to content · Salta al contenuto · Zum Inhalt · Ir ao conteúdo · Przejdź do treści
Collage que representa a Saddam Husein, Gamal Abdel Nasser y Bachar al-Ássad.
Collage que representa a Saddam Husein, Gamal Abdel Nasser y Bachar al-Ássad.
Indice

Teoria

Il socialismo arabo è morto?

Tuttavia, prima di proseguire oltre nel nostro ragionamento, conviene altresì definire ciò che ricoprono i socialismi arabi.

Di Mortadha Ghaliounji17 giugno 202637 min di lettura

Lettura approfondita

UNA FAMIGLIA IDEOLOGICA, NON UN MODELLO UNICO

Sin da subito, si noterà l'impiego del plurale, e ciò in ragione di una constatazione inequivocabile: non esiste un socialismo arabo unico, bensì una pluralità di modelli distinti.

Tuttavia, malgrado le loro divergenze dottrinali o nazionali, non si potrebbero negare le profonde similitudini che li uniscono.

In primo luogo, tali regimi si sono quasi tutti caratterizzati per l'esistenza di un apparato statale autoritario, generalmente strutturato attorno a una figura dirigente carismatica. In secondo luogo, hanno adottato economie fortemente dirigiste, improntate a tendenze socialisteggianti, pur rigettando numerosi apporti fondamentali del marxismo ortodosso, in particolare il paradigma della lotta di classe. In terzo luogo, vi si osserva un'inclinazione modernizzatrice nonché una concezione più secolare del ruolo della religione nei confronti dello Stato.

L'insieme di questi elementi convergeva verso un imperativo ritenuto supremo, ossia quello dell'emancipazione nazionale e dell'unificazione di una nazione araba concepita come entità storica, politica e civilizzatrice.

VOLTI E MATRICI DEL SOCIALISMO ARABO

Effettivamente, importa qui precisare che, allorché si evocano i socialismi arabi, non si tratta affatto delle dottrine socialiste importate nel mondo arabo (il che includerebbe segnatamente il maoismo, il leninismo, il marxismo-leninismo, il trotskismo o ancora il socialismo democratico), benché tali correnti abbiano anch'esse disposto di movimenti storici nella regione.

Si tratta, al contrario, di dottrine socialiste elaborate all'interno stesso del mondo arabo.

Quando si evocano i socialismi arabi, due parole vengono spontaneamente alla mente: si tratta di Nasser e del partito Ba'ath.

E ciò non è fortuito: entrambi costituirono le principali matrici del socialismo arabo.

Il primo ne rappresentò la prima manifestazione al potere, in tutti i suoi aspetti, mentre il secondo ne incarnò la forma più strutturata, la più sistematizzata e la più ideologicamente elaborata.

Nondimeno il socialismo arabo non si potrebbe ridurre a questa sola figura e formazione.

Occorre altresì evocare la Jamahiriya di Gheddafi, il Fronte di liberazione nazionale in Algeria, segnatamente sotto la presidenza di Ahmed Ben Bella, nonché, in una certa misura, talune fazioni del Partito socialista destouriano in Tunisia.

Così come i movimenti socialisti arabi tanto nello Yemen quanto nel Sudan.

IDEE VENUTE DA QUI COME DALTROVE: DALLA NAHDA A LENIN

Malgrado tutto, essi si iscrivono in un referente storico relativamente comune, attingendo per lo più le loro origini dalla Nahda (Rinascita araba), un periodo della fine del XIX secolo segnato da un'intensa effervescenza intellettuale, linguistica e culturale nel mondo arabo, in reazione allo shock della colonizzazione europea.

Tale rivoluzione culturale si traduce segnatamente in una trasformazione progressiva della lingua araba al fine di agevolare la comunicazione, il giornalismo e la produzione scientifica e intellettuale.

Essa conduce all'emergere dell'arabo letterario moderno (al-fuṣḥā), che si impone progressivamente su scala dell'intero mondo arabo come lingua di riferimento per la stampa, la letteratura e l'insegnamento.

In uno spazio peraltro frammentato da una grande diversità dialettale (talvolta mutualmente inintelligibile), tale standardizzazione costituisce uno dei primi fondamenti di una coscienza culturale comune.

Tale modernizzazione linguistica si accompagna parimenti all'importazione e alla traduzione di concetti filosofici e politici europei, quali la giustizia sociale, la lotta di classe o ancora il costituzionalismo. Essa apre così la via a nuove chiavi di lettura del mondo sociale e politico.

In tale contesto emergono altresì diverse sensibilità socialiste, veicolate da grandi riviste come Al-Muqtataf, nonché da figure intellettuali come l'egiziano Salama Moussa, segnatamente attraverso la sua opera al-Ishtirakiyyah (Il Socialismo) pubblicata nel 1913.

L'irruzione delle idee socialiste nel mondo arabo assume una piega nuova a partire dagli anni Venti.

L'Unione Sovietica, ormai potenza in cerca di influenza internazionale, esercita un'influenza crescente su numerose figure intellettuali e politiche arabe.

Tale influenza si avvia segnatamente con il Manifesto ai lavoratori musulmani di Russia e d'Oriente, co-redatto da Lenin nel 1917, che contribuisce a diffondere una prima griglia di lettura rivoluzionaria negli spazi colonizzati e periferici, e ciò all'indomani del mancato accordo Hussein-McMahon.

Essa prosegue all'inizio degli anni Venti con la creazione, in Egitto, del primo partito socialista nel 1921, poi con la diffusione, l'anno seguente, dell'opera di Lenin Stato e Rivoluzione. Lungo tutti gli anni Venti e Trenta, tale circolazione si intensifica grazie alle traduzioni degli scritti di Marx nonché dei grandi testi fondatori del socialismo europeo.

A ciò si aggiunge il ruolo di un'élite araba formata in Europa o in contatto con essa, la quale, nel quadro delle lotte anticoloniali, trova spesso nei movimenti socialisti europei alleati politici e risorse teoriche per pensare l'emancipazione.

Tuttavia, ciò che distingue i socialisti arabi dalle altre correnti di sinistra risiede nel loro rapporto ambivalente, se non critico, con gli apporti del marxismo classico.

PERCHÉ NON ERA MARXISMO?

Si osserva anzitutto un rigetto del materialismo storico, nella misura in cui, contrariamente al socialismo arabo (profondamente plasmato da una matrice nazionalista e dall'esperienza del colonialismo), il marxismo si rivela piuttosto inserito in una tradizione internazionalista.

Parimenti, i socialisti arabi rigettano generalmente l'ateismo di Stato e la totale messa a distanza del fatto religioso, privilegiando al contrario un approccio più flessibile, fondato sulla libertà di credo. Molti di essi vedono nell'islam l'espressione stessa del genio di una civiltà araba.

In tale prospettiva, diversi dirigenti hanno cercato di legittimare il socialismo arabo invocando una compatibilità, se non addirittura un'affinità, tra islam e socialismo. Tale lettura è segnatamente visibile in figure come Nasser e Bourguiba, per citare solo loro.

In secondo luogo, il rigetto della lotta di classe vi è particolarmente marcato.

Esso si spiega per il fatto che numerosi leader arabi privilegiano una lettura del conflitto politico incentrata non sull'opposizione tra proletariato e borghesia, bensì sullo scontro tra popoli colonizzati e potenze imperiali.

In tale ottica, la principale opposizione non è sociale ma nazionale, ossia quella di un popolo unito e solidale di fronte al nemico coloniale.

Tale concezione si ritrova ad esempio in Gheddafi, il quale interpreta il dominio di una classe su un'altra come una forma di tirannia.

Infine, i socialisti arabi non concepiscono la proprietà privata come un problema in sé. Contrariamente a talune tradizioni marxiste, essi non mirano necessariamente alla sua abolizione, bensì piuttosto alla sua regolazione al servizio dell'interesse collettivo e dello sviluppo nazionale.

Infine, e si tratta senza dubbio dell'elemento più determinante, essi non perseguono la medesima finalità.

Il socialismo arabo non mira all'instaurazione del comunismo: si presenta anzitutto come uno strumento al servizio dello sviluppo degli Stati arabi. Si tratta di uno strumento politico ed economico, più che di una dottrina ideologica cristallizzata.

È peraltro per tale ragione che diversi pensatori e dirigenti del socialismo arabo non hanno esitato ad allontanarsi, col tempo, da un socialismo interventista rigoroso, per accostarsi a forme di socialismo di mercato, se non talvolta di social-liberalismo.

Al fine di cogliere la sostanza del socialismo arabo, il nostro esame si circoscrive qui alle fisionomie di Nasser e del Ba'ath.

NASSER, IL PRAGMATICO DEL PANARABISMO

Il primo richiama l'attenzione: malgrado il suo fervore popolare come araldo del panarabismo, Nasser si rivela, alla prova dei fatti, un pragmatico dell'azione assai più che un rivoluzionario fanatico.

Se la sua condizione d'origine lo apparenta ai quadri baathisti (quella media borghesia in ascesa), un abisso intellettuale ve ne separa.

La sua giovinezza non fu affatto cullata dal nazionalismo arabo stricto sensu, bensì da un nazionalismo egiziano feroce, nutrito alle fonti di Mustafa Kamel e di Tawfiq al-Hakim.

A tale sostrato si aggregano influenze eclettiche, vuoi la filosofia dell'Illuminismo, il culto dei grandi dirigenti della storia, le letture anticoloniali di Gandhi, nonché i dogmi socialisti dal rigore di Marx all'audacia di Lenin, sino alle frange del trotskismo.

Vi si aggiunge infine l'impronta più ovattata del riformismo laburista britannico.

Occorre inoltre ricordare il commercio stretto che Nasser intrattenne, per un certo tempo, con la confraternita dei Fratelli musulmani.

Il fatto più significativo data al 1947, allorché il futuro raìs andò a suggellare la propria sottomissione con un giuramento di lealtà dinanzi alla guida suprema dei Fratelli musulmani, Hassan al-Banna.

Quand'anche tale riavvicinamento avesse obbedito a strette necessità di strategia militare (la confraternita disponendo allora di un apparato paramilitare operante nel Sinai), l'evento non rimane meno una pietra miliare capitale del suo itinerario politico.

È così da questo fascio di speculazioni socialiste, congiunto a un atavismo religioso e a un nazionalismo ombroso, che è nata quella sintesi che si chiamerà più tardi il socialismo arabo nasseriano.

A tale armatura si aggiunge il verdetto dell'esperienza vissuta.

In primo luogo, la carriera nell'esercito e segnatamente l'oltraggio dell'assedio del palazzo reale nel 1942 da parte delle coorti britanniche, ancora in lui la visione di una monarchia esangue, colpita d'indegnità e incapace di portare il destino dell'Egitto.

Tale affronto seminale alimenta in lui un'ostilità verso il trono, terminando di maturare in lui un temperamento abbastanza rivoluzionario.

Nondimeno, il battesimo del fuoco è la guerra del 1948 in Palestina, che muta radicalmente la sua visione della regione.

Essa strappa Nasser alla sua insularità egittocentrica per aprirgli gli orizzonti del mondo arabo.

Il destino della patria gli appare ormai indissociabile da quello dei suoi vicini, la regione imponendosi al suo spirito come un tutto organico.

Parallelamente, si radica in lui la certezza che il disastro della guerra del 1948 non proviene dalle deficienze dell'esercito, bensì dalla prevaricazione e dal disfacimento del regime.

Di ritorno dalla Palestina, forte di tali certezze, Nasser getta le fondamenta del Movimento degli ufficiali liberi.

Tale alleanza clandestina fomenterà il colpo di Stato del 23 luglio 1952, episodio che Nasser qualifica come rivoluzione, il quale pone fine alla monarchia per instaurare la Repubblica.

In un primo tempo, la magistratura suprema spetta al generale Mohamed Naguib (che funge soltanto da sostituto o da paravento di Nasser).

Nasser, consapevole che l'Egitto, per ammettere tale sconvolgimento, necessita di una figura totemica, di un eroe di guerra collaudato, piuttosto che di una giunta di ufficiali anonimi.

Prontamente, tuttavia, linee di frattura irrimediabili separano i due uomini.

Naguib desidera farsi rappresentante di una tradizione democratica e parlamentare, forte delle sue accointanze con il Wafd e la confraternita dei Fratelli musulmani.

All'opposto, Nasser e il Consiglio di Comando della Rivoluzione propugnano un autoritarismo salvifico (una dittatura giusta) indispensabile, secondo loro, per l'esecuzione rapida delle riforme agrarie e sociali. Tale visione conduce alla creazione del Raggruppamento di liberazione, eretto a partito unico.

Nel febbraio 1954, Nasser varca il Rubicone e fa sequestrare Naguib.

L'audacia è tuttavia prematura, poiché le forze politiche e le masse si mobilitano con una prontezza singolare.

Al cuore stesso del Consiglio, Khalid Mohieddine rompe i ranghi e dispiega i propri blindati per strappare il vecchio generale ai suoi carcerieri, scongiurando in extremis lo spettro di una guerra civile.

Tuttavia, Nasser approfitta dell'occasione per insediarsi come Primo Ministro, mentre l'apparato di Stato orchestra immediatamente una formidabile campagna di denigrazione, dipingendo Naguib sotto le sembianze di un vegliardo pusillanime, asservito alle potenze della reazione.

È l'attentato di Mansurah, nell'ottobre 1954, presumibilmente fomentato dalla confraternita dei Fratelli musulmani contro la persona di Nasser, a suggellare il destino del presidente. Accusato di connivenza con i regicidi, Naguib è definitivamente destituito dalle sue cariche e posto agli arresti domiciliari, lasciando campo libero al trionfo nasseriano.

Da allora, Nasser si assicura il pieno controllo dell'intero apparato di Stato.

Egli consolida l'edificazione di uno Stato militare profondo, ove l'esercito colonizza le funzioni amministrative e si arroga una vera e propria economia parallela.

In tal modo, egli forgia un rapporto che si ritroverà nella quasi totalità dei regimi socialisti arabi, nella fattispecie l'alleanza organica tra l'apparato militare e le classi popolari.

Parallelamente, Nasser abbozza la propria architettura filosofica, coadiuvato da Mohamed Heikal.

Egli teorizza la situazione dell'Egitto alla confluenza di tre poli (africano, islamico e arabo), postulando che il grembo arabo riveste un primato altamente strategico.

Per Nasser, tale polo costituisce una sfera d'influenza eminentemente conquistabile, una terra di espansione per l'Egitto, che scommette arditamente sul tramonto delle potenze coloniali e cerca di contrastare le alleanze pro-occidentali allora in gestazione in Mesopotamia e in Persia.

Se la conferenza di Bandung del 1955 pone i tasselli del non-allineamento, il colpo da maestro assoluto rimane la nazionalizzazione di Suez, poiché la disfatta militare iniziale si metamorfosa in una sfolgorante vittoria politica di fronte alle potenze coloniali e a Israele.

Nasser non è più soltanto il padrone dell'Egitto: egli si erige, agli occhi dei popoli arabi allora soggiogati, in "Raìs" provvidenziale.

Resta che tale immensa statura, se gli consente di imporsi come un mastodonte geopolitico nel mondo arabo e in Africa, lo condanna al contempo a divenire l'ostaggio della mistificazione che egli stesso ha edificato.

È così che nel 1958, mentre la Siria è offuscata dallo spettro di un colpo di Stato comunista, i notabili siriani e gli stati maggiori politici (segnatamente il partito Ba'ath) offrono a Nasser, su un piatto d'argento, un progetto di unione immediata.

Di fronte a tale offerta, il Raìs si mostra tuttavia assai circospetto: ritiene che una simile architettura esigerebbe perlomeno un lustro di maturazione istituzionale e sociale.

Nondimeno, incalzato dall'insistenza febbrile dei dirigenti siriani circa l'urgenza di arginare il comunismo, e consapevole che il minimo diniego sarebbe bollato come un tradimento cataclismico presso i popoli arabi, Nasser si vede costretto a tale salto nell'ignoto.

Egli erige così la Repubblica Araba Unita, affiancata dal partito dell'Unione Nazionale, un nuovo partito unico in seno al quale si risolve alla propria dissoluzione il partito Ba'ath, i cui dirigenti contavano di appropriarsi prontamente della direzione del nuovo apparato partitico.

Era senza fare i conti con la determinazione del Raìs: Nasser vi ostracizza senza indugio ogni fazione che non gli sia servilmente asservita.

Le elezioni del luglio 1959 amministrano a tale riguardo, su un totale di 9.445 seggi, la porzione esigua di appena 250 mandati ai candidati del Ba'ath.

Parallelamente, l'euforia iniziale a Damasco, ove Nasser fu acclamato sotto le sembianze di un nuovo Saladino, cede il passo a un aspro disincanto.

Al modello federale immaginato si sostituisce un giacobinismo unitario ferocemente centralizzato: la Siria si vede declassata al rango di provincia subalterna del potere egiziano.

Il suo tessuto economico non resiste al dirigismo delle riforme, segnatamente alla svolta dottrinale del 1961, scandita da esorbitanti nazionalizzazioni, mentre si irrigidisce l'apparato repressivo del regime.

Il 28 settembre 1961, l'esperimento viene brutalmente concluso: una coalizione di militari siriani e di organizzazioni politiche (in primis il Ba'ath) spezza nettamente l'esperimento con un colpo di forza e ripristina la sovranità della Siria.

Tale insuccesso precipita Nasser nello sconcerto: vi scorge un fallimento personale cocente, ma vi discerne soprattutto l'opera deleteria di un'infiltrazione delle forze reazionarie.

Risolve allora di intraprendere quella che viene qualificata come "seconda rivoluzione".

Quest'ultima si avvia nel 1962 con una rifondazione radicale del partito unico, ribattezzato Unione socialista araba.

Ormai, rinunciando a un semplice partito dei quadri che caratterizzava l'organizzazione precedente, questa nuova macchina politica ambisce a inquadrare direttamente le masse.

Il partito sposa allora i contorni dei grandi partiti di massa del blocco comunista, articolato attorno al modello dell'avanguardia.

Si apre così l'era di un socialismo di Stato intransigente, dettato da ondate di nazionalizzazioni massicce, la conseguenza essendo che già dal 1965 il potere pubblico cattura e controlla l'85% della produzione industriale.

Simultaneamente, vaste epurazioni sono orchestrate contro le organizzazioni reputate appartenenti all'arco reazionario.

Mentre le fazioni nasseriane proliferano attraverso il mondo arabo, la Carta nazionale del 1962 consacra l'avvento di un "socialismo scientifico". Il testo dottrinale formalizza il principio dell'unità di scopo, ciò che significa che l'unificazione politica non si concepisce più in modo indiscriminato, bensì si circoscrive rigorosamente ai soli Stati arabi che comunicano nei medesimi disegni nazionali e socialisti, escludendo di fatto ogni fusione con i regimi monarchici o i movimenti antinasseriani.

La guerra dei Sei Giorni provoca una nuova ondata di shock: avvizzisce brutalmente il prestigio così aspramente conquistato dal Raìs e spezza nettamente lo slancio del socialismo arabo.

Accasciato, Nasser arriva ad annunciare solennemente le proprie dimissioni, prima di operare un voltafaccia immediato dinanzi al soprassalto e al rifiuto delle giubilo popolari scese massicciamente in strada.

Al di là di tale episodio, la disfatta precipita l'insieme dei regimi arabi in una dolorosa fase di autocritica.

Nasser stesso si vede costretto a un'evidenza crudele: la sconfitta del 1948 non può più essere comodamente imputata alle sole tare di un'istituzione monarchica fatiscente.

Nella vacuità ideologica creata da tale riflusso, le correnti marxiste da un lato e islamiste dall'altro trovano uno spazio insperato per germogliare.

Simultaneamente, in Palestina, il vecchio scontro giudaico-arabo si cancella progressivamente per cedere il posto al conflitto israelo-palestinese, con segnatamente l'emergere dell'OLP, segnando il passaggio da un antagonismo etnico verso due concezioni ormai risolutamente nazionali.

Da allora, Nasser stesso si risolve a spogliare la propria postura dalla sua carica messianica e dal suo romanticismo rivoluzionario.

Adottando ormai i tratti di un leader di Stato realista, egli ricentra prioritariamente le proprie ambizioni sul solo grembo egiziano.

È sotto tale prisma pragmatico che egli sottoscrive alla risoluzione 242 dell'ONU, ratificando la formula di un compromesso territoriale in cambio della pace (senza per tanto abdicare alla propria ostilità verso lo Stato ebraico).

Mentre l'apparato militare egiziano viene pazientemente ricostituito dopo il disastro, il Manifesto del 1968 abbozza una distensione del sistema politico e getta le fondamenta di uno Stato moderno, ormai poggiato sui precetti della scienza e sull'autorità della ragione.

Alla sua morte, la presidenza spetta al suo vicepresidente, Anwar al-Sadat, che inaugura quella che egli qualifica come "rivoluzione correttiva".

Tale processo si rivela essere un'impresa metodica di denasserizzazione dello Stato egiziano, inaugurata da una rifondazione delle istituzioni e dall'incarcerazione dei baroni vicini a Nasser.

Proclamato il "presidente credente", Sadat orchestra un riavvicinamento con i Fratelli musulmani, decretando l'amnistia e la liberazione di diversi loro militanti.

Sul piano dottrinale, egli consacra il ripiegamento sull'egizianità a detrimento del panarabismo e distacca l'Egitto dall'orbita sovietica per allinearlo al blocco americano.

Tale perno geopolitico si accompagna, già dal 1974, all'Infitah, una politica di liberalizzazione relativa dell'economia.

Forte del credito politico acquisito durante la guerra del Kippur, egli dispiega una campagna di denigrazione contro la memoria di Nasser, imputando alla superbia del suo mito la responsabilità diretta della perdita del Sinai.

Consumando la rottura, normalizza le relazioni con Israele e dissolve, nel 1978, le vestigia del partito socialista per fondare il Partito nazionale democratico.

Benché i suoi successori abbiano ulteriormente reintegrato Nasser nel grembo della memoria collettiva, il Raìs lascia una posterità ambivalente presso gli egiziani, rivelando un abisso tra la reale complessità dell'uomo di Stato e l'immagine cristallizzata dalla storia contemporanea.

IL BA'ATH, DALL'IDEALE ALL'AUTOCRAZIA

Quanto alla seconda matrice del socialismo arabo, ossia il partito Ba'ath, la storia obbedisce a una genesi differente.

Se i suoi fondatori si ispirano, al pari di Nasser, all'irraggiamento culturale arabo e ai bagliori della Nahda, è singolarmente nell'esperienza dei loro anni di apprendistato a Parigi che si compie il loro risveglio all'ideologia panaraba.

Tale binomio confessionale inedito, che associa il cristiano ortodosso Michel Aflak e il sunnita Salah al-Din al-Bitar, trova in seno all'Unione degli studenti arabi alla Sorbona uno spazio di risonanza cosmopolita.

Il contatto quotidiano con i loro pari di altri paesi arabi strappa i due uomini a uno stretto particolarismo siriano per convertirli all'universalismo dell'arabismo.

A Parigi, essi si imbevono dei circoli di influenza marxisti, lasciandosi al contempo sedurre dalla mistica del romanticismo tedesco e dalla sua concezione organica della nazione.

Tuttavia, l'anno 1936 suona l'ora delle disillusioni: la vittoria del Fronte popolare in Francia e il rifiuto di Léon Blum di ratificare il trattato di indipendenza della Siria sono vissuti come un tradimento.

Tale scisma spinge Aflak e Bitar a rompere definitivamente con la sinistra europea, che postulano da allora come consustanzialmente imperialista.

Tuttavia, l'emergere del Ba'ath non si potrebbe ridurre al solo disegno dei suoi due teorici: esso è altresì la conseguenza della fusione di partiti e leghe panarabe preesistenti in Siria e in Iraq.

È il caso, oltre l'Eufrate, del Partito della Fratellanza Nazionale (Hizb al-Ikha al-Watani), perno del colpo di forza militare del 1941.

Michel Aflak apporrà la sua unzione a tale sedizione, che concettualizza, nel proprio paradigma, come la giusta riconquista del potere da parte del popolo iracheno di fronte all'illegittimità della dinastia hashemita asservita agli interessi britannici.

Il colpo di Stato del 1941 costituisce, inoltre, la fonte originaria di uno dei più tenaci controsensi storiografici relativi al socialismo arabo: quello che lo assimila abusivamente al fascismo.

È vero che, sopraggiungendo al parossismo della Seconda guerra mondiale, tale colpo di forza serviva opportunamente gli interessi strategici dell'Asse.

Il governo di Difesa nazionale iracheno non tardò, peraltro, ad appropriarsi di taluni attributi fascisteggianti in seno alle sue strutture statali e partitiche, tollerando al contempo la diffusione di manifesti totalitari, in primis Mein Kampf.

Tuttavia, l'analisi scientifica esige di sottolineare con precisione il carattere fondamentalmente utilitaristico, e non ideologico, di tale riavvicinamento.

Lungi da un'autentica convergenza, questa alleanza transitoria obbediva alla fredda logica della Realpolitik, quella secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico.

Si trattava, per tali movimenti, di strumentalizzare l'appoggio di Berlino e di Roma al solo fine di spezzare la colonizzazione.

Resta che tale equivoco si alimenta altresì alla traiettoria di un certo Zaki al-Arsouzi.

Se è vero che quest'ultimo aveva militato in seno alla Lega d'azione nazionalista (organizzazione i cui metodi ed estetica mutuavano ampi elementi dai fascismi europei), egli non per questo rigettò in maniera categorica il colpo di Stato del 1941 in Iraq.

Per giunta, Arsouzi ripudiava assolutamente il dogma di una razza superiore: egli concepiva l'arabità affrancata da ogni determinismo etnico. È arabo chiunque maneggi la lingua araba e comunichi intimamente con la storia e lo spirito di tale cultura.

Erigendo, in parallelo ai lavori di Michel Aflak e di Bitar, il proprio movimento della Resurrezione (Ba'ath), è all'indomani della Seconda guerra mondiale, nel 1947, che il partito si fonda formalmente attraverso la fusione di tali forze concorrenti.

La simbiosi definitiva si compie quanto a essa nel 1953, con l'aggiunta al partito Ba'ath del Movimento Socialista Arabo.

Tale alleanza organica infonde alcune migliaia di militanti altamente attivi in seno alla giovane formazione.

È all'esito di tale secondo congresso che l'organizzazione consacra la propria muta dottrinale e assume ufficialmente il titolo di Partito Ba'ath Arabo Socialista.

L'ancoraggio iniziale del Ba'ath si compie in Siria, ove esso registra sin dalle giostre elettorali del 1954 suffragi onorevoli.

Come evocato supra, l'organizzazione prende parte attiva al colpo di forza contro la tutela nasseriana, di cui ripudia il centralismo soffocante e la natura autocratica.

Il partito si impadronisce definitivamente delle redini dello Stato nel marzo 1963 in occasione di un colpo di Stato. Il primo gabinetto, diretto da Salah al-Din al-Bitar, consacra allora una mutazione sociologica: per la prima volta nella storia del paese, l'esecutivo promana da un terreno quasi esclusivamente rurale.

Benché Bitar tenti di aprire i propri ranghi alle fazioni nasseriane al fine di scongiurare lo spettro di un contro-golpe, appare che l'epicentro effettivo del potere ha disertato il grembo delle autorità civili (Bitar e Aflak).

Il cuore decisionale risiede ormai in seno a un apparato securitario clandestino, il Comitato militare segreto.

Quest'ultimo ha metodicamente infiltrato l'esercito sotto l'impulso di Salah Jadid, Hafez al-Assad e Muhammad Umran.

Tale Comitato militare finisce per estromettere brutalmente il potere civile nel febbraio 1966, impadronendosi con la forza del controllo del Comitato centrale del Ba'ath.

Tale colpo di Stato consacra uno scisma storico irreversibile del partito tra una branca siriana militarizzata, il "neo-baathismo", e una branca irachena rimasta il rifugio della "vecchia guardia" originaria.

Tale scisma del 1966 ha come effetto immediato una polarizzazione del potere a Damasco, che oppone l'ala radicale di Salah Jadid alla fazione pragmatica e militare incarnata da Hafez al-Assad.

Lo scontro culmina nel novembre 1970 con il "Movimento di raddrizzamento" (Al-Haraka al-Tashihiyya), mediante il quale Assad estromette definitivamente il proprio rivale e si assicura il controllo egemonico dell'apparato politico e delle forze armate.

Tale mutazione neo-baathista attira tuttavia le folgori dei padri fondatori del Ba'ath.

Testimoni impotenti del rinnegamento del proprio ideale, i primi pensatori del movimento denunciano un regime che non ha più alcun legame con il modello originario.

Essi stigmatizzano l'instaurazione di un vero e proprio stato di barbarie e l'emergere, sotto la copertura del socialismo, di una borghesia di Stato predatrice.

Più grave ancora, essi accusano il potere di aver strumentalizzato le fasi di liberalizzazione economica per collocare propri congiunti alla testa delle grandi imprese private, e ciò sulla base di logiche propriamente tribali e confessionali agli antipodi del secolarismo intransigente del Ba'ath originario.

Per la vecchia guardia, la mistica panaraba ha cessato di essere l'orizzonte del governo siriano per non essere più che un semplice strumento di controllo sociale e di legittimazione interna.

Sollecito di consolidare la propria rispettabilità, il neo-baathismo assadiano si sforza nondimeno, dopo la guerra dei Sei Giorni, di normalizzare le proprie relazioni con il padrino egiziano, Nasser, prima di istituzionalizzare la propria egemonia con la fondazione del Fronte nazionale progressista. Tale coalizione di facciata integra le forze nasseriane e la sinistra araba, terminando di cooptare ogni opposizione.

Sul versante del Ba'ath iracheno, il cui ramo è attivo legalmente sin dal 1952, la traiettoria si rivela altrettanto caotica.

Se il partito sostiene il colpo di Stato nasseriano del 1963, la sua luna di miele con il potere è di breve durata: rapidamente estromessa, la formazione è oggetto di una virulenta campagna di demonizzazione.

Tale episodio viene allora messo in scena dai suoi avversari come una vera e propria liberazione dell'Iraq di fronte alla "gang baathista criminale e atea", mentre l'Unione Socialista Araba irachena è prontamente eretta per promuovere un'alternativa al Ba'ath.

La rivincita si compie nel luglio 1968. Grazie a un nuovo colpo di forza, il Ba'ath si impadronisce definitivamente delle leve dello Stato.

Ahmad Hassan al-Bakr accede alla presidenza, affiancato da Saddam Hussein come vicepresidente. Quest'ultimo si impone fin da subito come l'eminenza grigia del regime, orchestrando pazientemente il controllo delle strutture securitarie prima di consumare la propria usurpazione totale impadronendosi ufficialmente della presidenza nel 1979.

Se egli si assicura il sostegno incrollabile dei baathisti ortodossi, segnatamente attraverso l'edificazione di uno Stato sociale generoso finanziato dalla rendita petrolifera, il rafforzamento dell'apparato partitico e una strumentalizzazione vibrante dell'immaginario panarabo, Saddam Hussein pone simultaneamente le pietre di fondazione di una spaventosa macchina autoritaria.

Contrariamente al regime siriano di Assad, il potere saddamita mantiene una vera e propria ipertrofia ideologica combinata a un apparato di repressione di una sofisticazione inaudita.

La vernice del regime si crepa nondimeno sotto il peso dei disastri militari.

All'indomani del fiasco della guerra dell'Iran poi della guerra del Golfo, il regime avvia una liberalizzazione economica per sopravvivere alle sanzioni.

Il rinnegamento spesso ricordato sopraggiunge nel 1993 con il lancio della "Campagna della Fede" (Al-Hamla al-Imaniyya).

Rottura consumata con il secolarismo storico del Ba'ath, tale riorientamento religioso di Stato favorisce uno stupefacente recupero del presidente da parte delle stampe affiliate ai movimenti islamisti.

Dietro le quinte, l'universalismo arabo si cancella definitivamente a favore di una politica di ripiegamento tribale e confessionale, l'alleanza clanica divenendo talvolta necessaria.

In definitiva, le due esperienze baathiste, siriana e irachena, si sono drammaticamente distolte dal proprio modello teorico.

Gli ideali eminentemente emancipatori del socialismo arabo si sono inabissati nella costruzione di autocrazie militari.

Tuttavia, non si potrebbe negare che Damasco e Baghdad abbiano conservato, sino in fondo, affinità con tale ideologia, utilizzandola di volta in volta come un potente vettore di modernizzazione sociale e talvolta come l'addobbo mitologico dei propri regimi.

GLI ALTRI VIVAI: GHEDDAFI, BEN BELLA E LE PERIFERIE DEL MODELLO

Potremmo certamente declinare a lungo gli avatar dei diversi modelli socialisti arabi. Si potrebbe evocare Gheddafi, la cui traiettoria deviò da un nasserismo iniziale verso quello che divenne il gheddafismo, il quale si riorienterà verso il panafricanismo dinanzi alla constatazione del fallimento del panarabismo e del socialismo arabo.

Si potrebbero altrettanto analizzare le riforme socialiste di Ben Bella in Algeria, o ancora il caso dello Yemen del Sud, ove il Fronte di liberazione nazionale al potere scivolò da un nasserismo arabo verso un marxismo-leninismo allineato all'URSS.

Non meno degna di interesse appare la Tunisia, ove il socialismo destouriano, benché principalmente votato all'affermazione di un accoppiamento tra particolarismo e nazionalismo tunisino, non rimase meno il teatro di scontri ideologici tra nasseriani e baathisti.

Tuttavia, si rivela ancor più stimolante esaminare ciò che è divenuta questa famiglia politica ai nostri giorni, e scrutarne l'evoluzione all'indomani delle Primavere arabe.

Tali sconvolgimenti avrebbero potuto, in teoria, infondere una seconda possibilità a tali formazioni storiche, di fronte alla disfatta dei governi nazionalisti a tendenza social-liberale o socialdemocratica.

CIÒ CHE NE RESTA: IL SOCIALISMO ARABO DOPO LE PRIMAVERE ARABE

In Siria, anzitutto, la caduta del regime di Bashar al-Assad al termine di una lunga e devastante guerra civile ha suggellato l'annichilimento della rappresentanza dei socialismi arabi, materializzata dall'interdizione pura e semplice del partito Ba'ath e delle sue formazioni alleate.

In Iraq, sulla scia immediata dell'invasione americana del 2003, la proscrizione del partito Ba'ath combinata all'istituzionalizzazione di un settarismo politico ha precipitato l'ascesa delle forze confessionali a detrimento delle storiche divisioni ideologiche, sancendo la scomparsa dei partiti socialisti arabi dalla scena politica.

Ovunque altrove, la maggior parte di tali movimenti ha subito una profonda invisibilizzazione.

In Libia, un certo rilancio della corrente socialista araba gheddafista si è certamente abbozzato a partire dal 2020, sostenuto dalle velleità di candidatura di Seif al-Islam Gheddafi; tuttavia, la sua recente scomparsa e la scarsità dei mezzi militari di cui disponeva hanno rapidamente spogliato tale tentativo di ogni seria minaccia, in assenza di elezioni.

È indubbiamente in Egitto e in Tunisia che il socialismo arabo ha trovato i propri terreni più fertili dopo le primavere, e ciò per due ragioni cardinali.

Da un lato, tali Stati non erano più governati da fautori del socialismo arabo alla vigilia delle rispettive rivoluzioni; dall'altro, tali movimenti vi godevano di uno sviluppo storico e sedimentato ben prima delle sollevazioni.

In Egitto, tale ancoraggio si alimentava direttamente alla potente eredità memoriale nasseriana; in Tunisia, esso si appoggiava alla vitalità combinata del movimento studentesco, dell'apparato sindacale e all'eredità del partito socialista destouriano.

In Egitto, anzitutto, se i nasseriani accettano di figurare nella lista dell'Alleanza democratica per l'Egitto guidata dai Fratelli musulmani (sulla base di un calcolo elettorale e per scongiurare lo spettro della controrivoluzione), è giocoforza constatare che ne restano prontamente disillusi.

All'indomani dello scrutinio parlamentare, la confraternita marginalizza totalmente i nasseriani, che pesano allora solo sei seggi, se non sette qualora vi si aggiungano i nasseriani ortodossi che avevano lasciato la coalizione prima del voto di fronte all'egemonia degli islamisti.

I Fratelli musulmani si impadroniscono allora della totalità delle presidenze delle commissioni parlamentari e si assicurano il controllo esclusivo della redazione della nuova Costituzione.

Tuttavia, in occasione dell'elezione presidenziale del maggio 2012, i nasseriani riescono a imporre un candidato di primo piano di fronte a Mohamed Morsi: sotto la bandiera di Hamdeen Sabahi, raccolgono il 20,7% dei suffragi, mancando il secondo turno per soli tre punti rispetto al candidato sostenuto dalla giunta militare.

I nasseriani, che fino ad allora avevano accantonato le proprie divergenze ideologiche di fronte ai residui del regime di Mubarak per preservare l'unità dell'ala rivoluzionaria, si inquietano ormai della "fratellizzazione" dell'apparato di Stato.

Provano sempre maggiori difficoltà a legittimare una rivoluzione che sembra inflettersi in rivoluzione islamica.

Il colpo di grazia sopraggiunge il 22 novembre 2012 con la promulgazione unilaterale da parte di Morsi di una Dichiarazione costituzionale.

Con tale decreto di rottura, il presidente si arroga poteri quasi assoluti, conferendosi un'immunità totale contro ogni ricorso in giustizia e blindando l'Assemblea costituente contro ogni tentativo di scioglimento.

Per i nasseriani, come per la maggior parte delle forze politiche secolari, la maschera è allora caduta.

Il progetto dei Fratelli musulmani si rivela ormai alla luce del sole, teso verso l'instaurazione di una repubblica islamica. In reazione, più di una trentina di partiti si coalizzano in seno al Fronte di Salvezza Nazionale egiziano, che apporterà nel 2013 il proprio sostegno al movimento Tamarod nonché al colpo di forza del 3 luglio 2013 guidato dal generale Abdel Fattah al-Sisi.

Il generale Sisi saprà peraltro magistralmente strumentalizzare l'immaginario di ciascuno, e più segnatamente quello dei nasseriani che inizialmente discernono in lui l'incarnazione di un nuovo Nasser.

Le reti nasseriane riattivano allora l'iconografia dell'era del Raìs a proprio vantaggio per contrastare l'influenza della confraternita; in tale prisma, il 3 luglio 2013 è concettualizzato come una rivoluzione popolare protetta dall'esercito, in perfetta risonanza con il precedente storico del 1952. El-Sisi non si priva di sfruttare tale parallelismo, mutuando una retorica sovranista dagli accenti risolutamente sociali.

Tuttavia, la disillusione è rapida: molti prendono coscienza che, sebbene il nuovo padrone del Cairo si appropri dei contorni estetici del nasserismo, egli non aderisce affatto al socialismo arabo e se ne distacca.

Da allora, la corrente si frattura.

Una frangia sceglie di sostenere il nuovo presidente della Repubblica in nome della lotta esistenziale contro i Fratelli musulmani, mentre un'altra bascula nell'opposizione.

Figura di prua di tale resistenza, il candidato del 2012, Hamdeen Sabahi, si presenta nuovamente contro Sisi nel 2014, affermando che il nasserismo non si potrebbe ridurre alla divisa militare; egli non racimolerà che un punteggio marginale del 3% dei voti. In tale medesima scia, si annota l'emergere del deputato Ahmed Tantawi, il quale, tra il 2015 e il 2020, incarna da solo l'opposizione nasseriana al Parlamento, prima di essere definitivamente escluso dalla vita politica durante la sequenza elettorale del 2024.

In Tunisia, la situazione si rivela sensibilmente differente.

In un primo tempo, il Partito socialista destouriano ha sistematicamente intralciato l'emergere dei movimenti socialisti arabi, vietando loro di acquisire un vero apparato politico.

Non potendo più arginare durevolmente tali spinte ideologiche, il regime ha in seguito favorito la creazione di partiti satellite per confinarvi le ideologie baathiste, socialiste e nasseriane, che si adoperava a controllare.

Si tratta segnatamente del Partito dell'unità popolare (PUP) e dell'Unione democratica unionista (UDU), che presero parte al gioco elettorale sotto l'era Ben Ali; tuttavia, queste due formazioni fallirono nel conquistare anche solo un seggio dopo la rivoluzione.

Al contrario, sono le correnti clandestine, principalmente strutturate in seno alla potente Unione generale tunisina del lavoro (UGTT), forza sindacale egemonica del paese, nonché nell'ambiente studentesco, che assunsero forme legali e partitiche all'indomani della rivoluzione.

Da allora, si possono identificare almeno tre sensibilità del socialismo arabo tunisino. La prima, di matrice specificamente nasseriana, è incarnata all'indomani della rivoluzione dal partito Echaab (Movimento del Popolo). Tale formazione si è costituita sulla scia del Movimento degli unionisti nasseriani, esso stesso scaturito dal Partito del Raggruppamento nazionale arabo vicino a Gheddafi nel 1981.

Nel corso dei suoi primi anni di esistenza, il partito si fonde con una costellazione di fazioni nasseriane, per rinforzare il proprio ancoraggio elettorale, storicamente situato nel sud della Tunisia.

La seconda espressione del socialismo arabo in Tunisia è di natura baathista.

La sua genesi si iscrive spesso nel cuore stesso delle strutture iniziali del Partito socialista destouriano, prima che i suoi sostenitori scegliessero la via della clandestinità per innervare l'Unione generale degli studenti tunisini, articolandosi per un certo tempo alle frange del movimento di sinistra Perspectives.

Dopo il sisma rivoluzionario, tale sensibilità si era incentrata attorno a due formazioni principali, entrambe ancorate all'ortodossia della fazione irachena.

Si distingue in primo luogo il Movimento Ba'ath, sotto l'impulso di Othman Belhaj Amor, al quale si aggiunge il Partito dell'avanguardia araba democratica; quest'ultimo, malgrado un'affinità marcata con la linea di Saddam Hussein, seppe nondimeno dare prova di una relativa apertura nei riguardi del potere siriano.

Tuttavia, e al contrario del fervore popolare che continuava a sostenere le correnti nasseriane, tali strutture baathiste rimasero confinate alle frange della scena politica tunisina.

La terza declinazione del socialismo arabo tunisino si rivela, a dire il vero, più discutibile, articolandosi attorno al marxismo-leninismo incarnato dal Partito unificato dei patrioti democratici, più notoriamente conosciuto con l'acronimo di Watad o Moupad.

Se le premesse di questo articolo tendevano a escludere il dogma marxista-leninista dal grembo del socialismo arabo stricto sensu, la traiettoria del Watad non rimane meno singolarmente istruttiva.

Se è vero che una parte preponderante della sua ideologia procede da teorie esogene, il partito dispiega un vigore panarabo così feroce e un attaccamento così ombroso alle dottrine sovraniste che si rivela arduo non rispecchiarlo nello specchio dell'arabismo socialista.

Tale sintesi dottrinale è sostenuta da figure come Chokri Belaïd, la cui coscienza politica fu plasmata nel corso dei suoi studi di diritto in seno all'Iraq baathista.

Fortemente provate dal verdetto delle urne nelle elezioni costituenti del 2011, in cui la porzione esigua devoluta alle forze nasseriane e al Watad (riducendosi rispettivamente a due e un unico mandato) sanciva la loro marginalizzazione, queste diverse correnti compresero la necessità di superare le loro atomizzazioni storiche.

È in tale ottica che, al crepuscolo dell'anno 2012, nasce un Fronte popolare destinato a federare le forze di sinistra.

Tale architettura coalizzata riuscì nell'impresa di agglomerare un sostrato ideologico a priori eteroclito, sposando nasseriani, baathisti e marxisti-leninisti, aggiungendovi al contempo il Partito comunista operaio tunisino, una formazione ecologista e diverse componenti di obbedienza socialdemocratica o socialista democratica.

Sotto la guida di Chokri Belaïd, eretto a capofila di tale raggruppamento, la coalizione si affermò prontamente come il polo di contestazione più stridente della transizione, con un'ostilità frontale, teatralizzata e inflessibile nei riguardi di Ennahdha.

L'assassinio di Chokri Belaïd, sopraggiunto il 6 febbraio 2013, fu il catalizzatore di una crisi di legittimità per il regime transitorio, provocando istantaneamente gigantesche mobilitazioni popolari attraverso l'intero territorio nazionale.

In tale configurazione, l'UGTT si interpose come un vero e proprio contropotere vicino ai socialisti arabi, capace di scortare la collera delle masse e di costringere il governo alle dimissioni immediate.

Nondimeno la sostituzione dell'esecutivo con un nuovo gabinetto anch'esso asservito alla direzione di Ennahdha.

Il Fronte popolare, dal canto suo, si trovò precipitato in una nuova crisi di orientamento, sollecitato a reinventarsi una leadership nel momento preciso in cui la formazione secolare Nidaa Tounes si adoperava già a strumentalizzare a proprio esclusivo vantaggio il risentimento anti-islamista delle classi medie.

È in tale contesto che, di fronte alle persistenti esitazioni della direzione di Echaab a integrarsi definitivamente al Fronte popolare, il suo segretario generale, Mohamed Brahmi, scelse di operare una secessione nel 2013 per dare vita alla Corrente popolare.

I socialisti arabi tunisini ebbero tuttavia una nuova tragedia allorché Brahmi fu a sua volta vittima del terrorismo islamista appena diciotto giorni dopo la sua dissidenza, liberando una nuova ondata di movimenti sociali di grande ampiezza, di cui l'UGTT assunse ancora una volta la responsabilità storica di assicurarne l'inquadramento politico e la canalizzazione.

È infine sotto la bandiera di Hamma Hammami, leader del Partito comunista operaio tunisino, che il Fronte popolare scelse di impegnarsi nella corsa presidenziale.

Benché il suo punteggio del 7,82% rivelasse i limiti del socialismo arabo segnatamente in un contesto bipartitico, la coalizione riuscì a conquistare quindici seggi al Parlamento (un capitale che si elevava virtualmente a diciotto mandati qualora vi si aggregassero i tre deputati di Echaab, quest'ultimo avendo fatto la scelta di preservare la propria autonomia al di fuori dell'alleanza).

Affermandosi così come la principale forza di opposizione di fronte alla coalizione governativa annodata tra Nidaa Tounes ed Ennahdha.

Tale postura inciampò tuttavia sulla prova della rappresentatività e sull'incapacità di stabilizzare un messaggio chiaro in seno allo spazio pubblico.

Minata da dissensi interni riguardanti le questioni societarie, nonché da rivalità di leadership esacerbate, la coalizione si inabissò in una scissione che opponeva i sostenitori di Hammami ai fedeli di Mongi Rahoui, proveniente dal Watad.

Il verdetto delle urne sanzionò crudelmente tale disunione riducendo la rappresentanza del Fronte popolare alla porzione esigua di un unico seggio (quello di Mongi Rahoui), mentre Echaab, capitalizzando sul proprio ancoraggio sovranista, operava un breccia notevole assicurandosi quindici mandati.

Forte di tale nuova legittimità, il movimento integrerà, malgrado il rifiuto di Ennahdha, l'effimero governo di una sorta di maggioranza presidenziale guidata da Elyes Fakhfakh, dispiegandovi tentativi di inflessione sociale delle politiche pubbliche prima che tale gabinetto fosse costretto alle dimissioni sotto la minaccia di una mozione di sfiducia brandita dalla maggioranza parlamentare.

Tale crisi di efficacia della transizione tunisina trovò il proprio epilogo il 25 luglio 2021, allorché il presidente Kaïs Saïed proclamò lo stato di eccezione e sospese il parlamento.

Una larga maggioranza delle correnti socialiste arabe, in primis Echaab, la Corrente Popolare e i resti del Watad, scelsero di apporre la propria unzione a tali misure eccezionali.

Tale decisione si radica, in primo luogo, nel rigetto dell'ordine istituzionale post-rivoluzionario da parte della società tunisina, una configurazione deleteria in seno alla quale le correnti socialiste arabe si videro relegate alla periferia del potere ed esposte a una violenza politica acuta la cui responsabilità fu direttamente imputata alla direzione di Ennahdha.

In secondo luogo, la persona del presidente della repubblica si distingue fondamentalmente dalla strumentalizzazione memoriale e puramente estetica manifestata da El-Sisi.

Il presidente tunisino testimonia un'adesione più organica a diversi cardini del referente socialista arabo, vuoi si tratti della sua concezione del ruolo interventista e regolatore dello Stato nell'economia o della sua visione unitaria della nazione araba.

Tale tendenza si è esibita alla luce del sole in occasione della sua visita ufficiale in Egitto nel 2021: durante un omaggio al mausoleo di Gamal Abdel Nasser, egli proclamò la perennità e l'attualità dell'orizzonte nasseriano per il cammino della Tunisia.

Tuttavia, tale discorso, benché impregnato di un immaginario risolutamente rivoluzionario, sfugge a ogni appartenenza esclusiva: esso si dispiega sotto i tratti di un sincretismo più vasto, che amplia i propri riferimenti ibridando il lascito dell'arabismo sociale con altre tradizioni intellettuali e giuridiche.

In tale prospettiva, le formazioni socialiste arabe anticipavano probabilmente che la rifondazione così avviata si sarebbe risolta a vantaggio della propria famiglia politica.

Benché il testo della nuova Costituzione abbia suscitato riserve nei loro ranghi, il movimento Echaab e la Corrente popolare scelsero di chiamare esplicitamente a votare a favore del progetto in occasione dello scrutinio referendario.

Tale inserzione nel nuovo ordine si concretizzò nella loro partecipazione attiva alle elezioni legislative del 2022-2023.

Malgrado un modo di scrutinio uninominale che proscriveva ormai le etichette partitiche, tali forze riuscirono a preservare il proprio peso parlamentare (al contrario delle altre forze politiche) ottenendo una quindicina di seggi.

Si raccolsero in seno all'ARP sotto la bandiera del blocco della Lega nazionale sovrana, unendo i deputati provenienti dalle correnti di Echaab e del Watad.

Nondimeno, la perennità di tale blocco si è rapidamente scontrata con la prova dei fatti.

Se il Watad mantenne formalmente la propria lealtà nei confronti del processo, le tensioni interne provocarono una scissione irrimediabile, frammentando il movimento in due formazioni distinte che portano il medesimo nome: l'una risolutamente lealista e l'altra (relativamente) ancorata all'opposizione.

Parallelamente, il movimento Echaab manifestò un progressivo disincanto di fronte agli orientamenti del potere.

La rottura si abbozzò in occasione dell'elezione presidenziale del 2024, in cui la candidatura del suo segretario generale raccolse solo una porzione esigua dell'1,97% dei suffragi.

Tali lacerazioni si sono accentuate nel corso dell'anno 2025, esacerbate dalle tensioni tra il governo e l'UGTT.

Tale conflitto pose i socialisti arabi in una postura scomoda, rendendo doloroso l'arbitrato tra la fedeltà alla centrale sindacale e il sostegno al capo dello Stato.

In occasione dei recenti dibattiti attorno alla legge di bilancio del 2026, l'ancoraggio di Echaab nell'opposizione appare ormai effettivo: il partito riprende perfino il registro dell'opposizione in diversi casi.

Il partito conserva tuttavia un tono misurato e diplomatico, rifiutando di associarsi alle mobilitazioni di piazza orchestrate dalle opposizioni per privilegiare una strategia di opposizione piuttosto istituzionale.

Le traiettorie egiziana e tunisina mostrano dunque due modalità di sopravvivenza distinte del socialismo arabo all'indomani delle Primavere arabe.

PERMANENZE E LIMITI DI UN'IDEOLOGIA

Il socialismo arabo si è dunque imposto, dall'Egitto nasseriana all'Iraq baathista, come uno dei tentativi più strutturati del mondo arabo di produrre una dottrina di emancipazione nazionale che gli fosse propria.

Né marxismo ortodosso, né liberalismo d'importazione, esso ha costituito una sintesi originale, profondamente segnata dall'esperienza coloniale, dal primato dell'unità araba e dal volontarismo statale.

All'indomani delle Primavere arabe, le formazioni eredi di tale tradizione rimangono presenti, benché marginalizzate, in Egitto e in Tunisia, mentre in Siria e in Iraq la proscrizione del Ba'ath ha materialmente chiuso il capitolo istituzionale di questa storia.

Condividi

Per Instagram: copia il link e incollalo nella tua storia o nel DM.

Da leggere dopo

Continua con

Commenti

Ancora nessun commento. Apri tu la conversazione.

Accedi per commentare. Accedi