Politica internazionale
Della xenofobia e del tribalismo in Africa: cause, conseguenze e impatti geopolitici
La crescita della xenofobia e del tribalismo sta scavando fratture tra popoli un tempo uniti dalla storia comune. Un’analisi delle cause, delle conseguenze e degli impatti geopolitici di una deriva che compromette le ambizioni panafricane.
https://conciencia-democratica.vercel.app/articulos/xenophobie-tribalisme-afrique?lang=itDi Marie Flore Mboussi16 giugno 20265 min di lettura
Sarebbe manifestamente incongruo parlare di dicotomia tra popoli che condividono in comune la colonizzazione e la tratta degli schiavi; ma l’Africa sta sfidando ogni teoria logica. La crescita e la recrudescenza della xenofobia e del tribalismo hanno creato una frattura reale tra popoli a lungo uniti dalla loro storia comune.
Numerose possono essere le cause di questi due fenomeni antisociali: la crisi economica, con il suo corollario di disoccupazione; le frontiere ereditate dalla colonizzazione; il ripiegamento identitario e il nazionalismo; la manipolazione politica, così come gli stereotipi.
A lungo diffusa in diversi paesi, la xenofobia sembra oggi trovare la sua espressione più marcata in Sudafrica. Da anni, infatti, cittadini africani di diverse nazionalità vengono vessati, assassinati e cacciati con il pretesto fallace che occuperebbero posti di lavoro che spetterebbero di diritto ai nazionali. Le autorità sudafricane hanno più volte condannato tali violenze. Tuttavia, la ripetizione degli attacchi contro i cittadini stranieri e l’assenza di risultati duraturi nella loro prevenzione alimentano il sentimento di una risposta statale insufficiente di fronte a questo fenomeno. Ora, il Sudafrica ha soprattutto segnato il continente attraverso il suo tragico passato legato all’apartheid e le lotte di liberazione condotte da Nelson Mandela all’interno dell’African National Congress (ANC).
Da eroe a paria, il Sudafrica subisce progressivamente il rifiuto di diversi paesi africani. Questi ultimi hanno infatti deciso di reagire di fronte a una xenofobia che persiste nonostante le numerose denunce. Pertanto, diversi artisti sudafricani hanno visto i loro concerti annullati in diversi paesi del continente, mentre alcuni cittadini sudafricani sono oggetto di rifiuto anche in altri Stati africani.
Accanto alla xenofobia, il tribalismo costituisce un altro volto ripugnante della difficile convivenza all’interno delle nazioni africane. Inteso come rifiuto e odio interetnici, esso si manifesta principalmente tra i cittadini di uno stesso paese, ostacolando così la costruzione nazionale e il vivere insieme. Al pari della xenofobia, si fonda su giustificazioni numerose quanto irrazionali. Ma l’elemento più preoccupante risiede nella manipolazione dei poteri pubblici. Il tribalismo, infatti, trae spesso origine dalla volontà di conservare il potere e i privilegi di un gruppo etnico, o addirittura di assicurarsi la sua dominazione sugli altri.
L’Africa trae tuttavia la sua ricchezza e la sua singolarità dalla sua diversità culturale. Tuttavia, nel corso degli anni, questa diversità sembra essere percepita più come una debolezza che come un punto di forza. Di fronte a questa situazione, diversi opinion leader convergono verso l’idea di una lingua nazionale comune, attinta dalle lingue locali, come il wolof in Senegal o il lingala nella Repubblica Democratica del Congo. Per i suoi sostenitori, una simile politica potrebbe contribuire a rafforzare la coesione nazionale e ad attenuare le fratture identitarie che attraversano numerose società africane.
Eppure, alcuni paesi, come il Camerun, incontrano difficoltà a dotarsi di una lingua nazionale comune a causa della molteplicità delle etnie e, di conseguenza, della diversità delle lingue locali. Il Camerun conta infatti quasi 280 lingue nazionali.
D’altra parte, l’adozione di una sola lingua comune a tutti basterebbe a attenuare il tribalismo? Certamente no. Sarebbe comunque necessario estirpare da ciascuno la sua fibra tribale e il suo attaccamento eccessivo alle considerazioni etniche a discapito dell’interesse nazionale.
Comunque sia, la xenofobia e il tribalismo sono divenuti per l’Africa vere e proprie piaghe sociopolitiche ed economiche, che incoraggiano il culto dell’odio e l’inasprimento dei rapporti tra africani, a lungo considerati discendenti di un medesimo antenato.
Nel momento in cui diversi paesi africani stanno valutando l’abolizione dei visti per i cittadini del continente al fine di rafforzare i legami panafricanisti, in conformità all’ideale portato avanti da Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana; Ahmed Sékou Touré della Guinea; Patrice Lumumba del Congo-Kinshasa; Julius Nyerere della Tanzania; Cheikh Anta Diop e Léopold Sédar Senghor del Senegal; o ancora Frantz Fanon della Martinica, l’Africa sembra più che mai allontanarsi da questo ideale che, per molti, rimane allo stadio del mito.
L’impotenza manifesta dell’Unione Africana (UA) non fa che rafforzare ulteriormente i xenofobi e i tribalisti nei loro intenti, dando l’impressione che queste derive possano prosperare senza un’opposizione istituzionale reale.
Implicazioni geopolitiche
Occorre quindi interrogarsi sulle implicazioni geopolitiche della xenofobia e del tribalismo. Questi due fenomeni appaiono tanto più preoccupanti in quanto si inseriscono in un contesto in cui il continente tenta di accelerare la sua integrazione politica ed economica. La Zona di libero scambio continentale africana (AfCFTA), presentata come uno dei progetti più ambiziosi dell’Unione Africana, si fonda proprio sul rafforzamento degli scambi, della mobilità e della fiducia tra i popoli. Ora, la crescita della xenofobia e del tribalismo rischia di compromettere queste ambizioni, ravvivando divisioni e riflessi di ripiegamento identitario.
Non vi è alcun dubbio che la xenofobia indebolisca le relazioni diplomatiche tra i diversi Stati africani. Diversi governi si sono così visti costretti a rimpatriare i propri cittadini per proteggerli da un pericolo divenuto imminente. Allo stesso modo, il protezionismo e il ripiegamento identitario contribuiscono al rafforzamento delle politiche dei visti, ostacolano il commercio internazionale e frenano la cooperazione transfrontaliera.
Inoltre, l’instabilità che ne deriva, le questioni legate alla sicurezza umana — in particolare gli sfollati interni e i rifugiati — così come la perdita di credibilità morale degli Stati xenofobi sulle questioni relative ai diritti umani, rappresentano altrettanti ostacoli a una cooperazione armoniosa tra gli Stati.
Il tribalismo, dal canto suo, non ha certo un impatto così globale come la xenofobia, ma rimane nondimeno un freno all’integrazione. Diversi investitori stranieri, infatti, esitano a investire in un paese profondamente diviso da rivalità tribali. Esso favorisce, tra l’altro, la frammentazione delle società, l’emergere di conflitti armati interni, l’indebolimento delle istituzioni repubblicane a favore del nepotismo, nonché il blocco dell’integrazione regionale.
Conclusione
L’Africa, attraverso le sue molteplici divisioni, sia interne che continentali, dimostra ancora una volta la sua incapacità di unirsi per affrontare sfide cruciali come la promozione della pace, la costruzione di una vera democrazia, le questioni socioeconomiche o ancora la libera circolazione di persone e beni. Eppure, il futuro del continente dipenderà in gran parte dalla sua capacità di trascendere i clivaggi etnici e nazionali che frenano il suo sviluppo. In caso contrario, le ambizioni panafricane rischiano di rimanere semplici slogan, mentre le sfide comuni cui l’Africa è confrontata continueranno a richiedere risposte collettive che stentano ancora a emergere. Lungamente attesa tra le grandi potenze emergenti, l’Africa sembra tuttavia arenarsi nelle sue contraddizioni, mentre diversi dei suoi Stati sembrano purtroppo compiacersi in un ruolo secondario nei rapporti di forza internazionali.
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